Paolo Costa, già sindaco del capoluogo veneto, ex ministro dei lavori pubblici nel governo Prodi, commissario sul Dal Molin. Uno non fa in tempo a distrarsi un attimo che ti rifà capolino da una poltrona, ed eccolo infatti comparire nel caso del ponte di Genova: è lui, l’inossidabile storico esponente del centrosinistra veneto, a presiedere la Spea Engineering, la società controllata dal gruppo Autostrade-Atlantia addetta alla manutenzione e sorveglianza. L’altro ieri la Guardia di Finanza ha messo gli occhi sui rapporti trimestrali inviati al Ministero delle Infrastrutture. Costa, non indagato, sembra quasi ostentare indifferenza.
Quando faceva parte del governo di Romano Prodi, nel 1997-98, Costa fu assieme al ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, il responsabile politico delle privatizzazioni, con la direttiva che porta il nome di entrambi. Nel 2011, è chiamato da Autostrade, cioè dai Benetton, alla presidenza di Spea. Costa ha iniziato a lavorare per Spea 14 anni dopo il mandato governativo. Non vorrei sembrare presuntuoso ma credo che mi abbiano scelto per la professionalità».
Ma il top lo raggiunge, il presidente di Spea (azienda sotto indagine per il crollo di un altro ponte sull’A14 in cui persero la vita due persone nel marzo 2017) allorchè mette in chiaro, che il ponte di Genova «era sorvegliatissimo: i protocolli sono stati sempre rispettati.
Si facevano dei rapporti trimestrali e non sono mai emerse situazioni di pericolo. È successo qualcosa di totalmente imprevedibile».
Come mai fra i documenti girati da Autostrade ai tecnici del Provveditorato Liguria a fine 2017 mancava la relazione del 1981 (del 1981!) in cui il progettista Riccardo Morandi segnalava di già rischi di corrosione del cemento? www.vvox.it
Blog su temi di diritto amministrativo e approfondimenti di fatti del nostro tempo, ideato dall'avv. Nicola Centofanti e portato avanti dal figlio dott. Paolo Centofanti
venerdì 8 febbraio 2019
TAV per Marco Ponti il completamento dell'opera considerato non vantaggioso
Analisi costi-benefici della Torino-Lione consegnata. L’annuncio arriva direttamente da Marco Ponti, ex docente del Politecnico di Milano e coordinatore del gruppo di lavoro del Mit, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. In base all’analisi, dal punto di vista strettamente tecnico il completamento dell'opera sarebbe considerato non vantaggioso, inopportuno. Da scartare, insomma. È stato lo stesso Ponti, in passato spesso critico con le grandi opere, a dare notizia di aver consegnato il documento, intervistato da Sky Tg24. Il professore non ha fatto alcun cenno sul suo contenuto.
«Tocca alla politica, spero che si esprima rapidamente», ha detto Ponti. In realtà a stretto giro fonti dello stesso ministero hanno fatto sapere che il documento consegnato da Ponti è soltanto una bozza, un primo step.mobile.ilsole24ore.com
«Tocca alla politica, spero che si esprima rapidamente», ha detto Ponti. In realtà a stretto giro fonti dello stesso ministero hanno fatto sapere che il documento consegnato da Ponti è soltanto una bozza, un primo step.mobile.ilsole24ore.com
Commissione di valutazione sulla Tav Torino-Lione boccia senza appello l’opera
La Commissione di valutazione sulla Tav Torino-Lione boccia senza appello l’opera. Del tutto inutile, secondo quanto emerge dalla bozza dell’analisi costi-benefici che Tgcom24 ha potuto visionare.
Il nodo dell’analisi condotta dal comitato di esperti guidato dal professor Marco Ponti del Politecnico di Milano e presentata in bozza in Francia, verte tra le altre cose sulla questione del traffico pesante: se cioè la costruenda linea ferroviaria ad Alta velocità sia effettivamente in grado di decongestionare il movimento merci su gomma che gravita intorno a Torino, riducendo l’inquinamento oltre che i tempi di viaggio delle merci.
I NUMERI DEL TRAFFICO PESANTE - I numeri snocciolati nell’analisi dicono che questo effetto non ci sarebbe: il traffico che ogni giorno insiste sulla tangenziale di Torino, si legge nel documento, ammonta complessivamente a 400 mila veicoli, di cui 80 mila mezzi pesanti. Ebbene, di questi soltanto una minima parte (stando al dato ufficiale medio del 2018 riportato dalla società Sitaf) imbocca oggi il tragitto stradale che di fatto verrebbe soppiantato dalla Tav: sono infatti 2.150 i Tir che quotidianamente attraversano il traforo del Frejus (e oltre 3 mila automobili) e circa 3.300 gli autoarticolati che percorrono nei due sensi la A32 Torino-Bardonecchia. Come dire: gran parte del traffico è locale, e non fa parte di quel grande flusso internazionale che già esiste e che l’apertura del Corridoio V (di cui la Torino-Lione sarebbe una piccola ma centrale sezione) dovrebbe attirare./www.tgcom24.mediaset.it
Il nodo dell’analisi condotta dal comitato di esperti guidato dal professor Marco Ponti del Politecnico di Milano e presentata in bozza in Francia, verte tra le altre cose sulla questione del traffico pesante: se cioè la costruenda linea ferroviaria ad Alta velocità sia effettivamente in grado di decongestionare il movimento merci su gomma che gravita intorno a Torino, riducendo l’inquinamento oltre che i tempi di viaggio delle merci.
I NUMERI DEL TRAFFICO PESANTE - I numeri snocciolati nell’analisi dicono che questo effetto non ci sarebbe: il traffico che ogni giorno insiste sulla tangenziale di Torino, si legge nel documento, ammonta complessivamente a 400 mila veicoli, di cui 80 mila mezzi pesanti. Ebbene, di questi soltanto una minima parte (stando al dato ufficiale medio del 2018 riportato dalla società Sitaf) imbocca oggi il tragitto stradale che di fatto verrebbe soppiantato dalla Tav: sono infatti 2.150 i Tir che quotidianamente attraversano il traforo del Frejus (e oltre 3 mila automobili) e circa 3.300 gli autoarticolati che percorrono nei due sensi la A32 Torino-Bardonecchia. Come dire: gran parte del traffico è locale, e non fa parte di quel grande flusso internazionale che già esiste e che l’apertura del Corridoio V (di cui la Torino-Lione sarebbe una piccola ma centrale sezione) dovrebbe attirare./www.tgcom24.mediaset.it
Università. Italia in fondo alla classifica europea per numero di giovani laureati Abbandoni e fuori corso
Persi 10.000 docenti in 10 anni
In sostanza quella che doveva essere una opzione circoscritta ad alcune facoltà, è diventata nel tempo una scelta obbligata. Gli atenei sono costretti a ridurre il numero di studenti perché non hanno abbastanza docenti: dal 2008 a oggi sono scesi da 63.228 a 53.801. Il continuo taglio dei finanziamenti all’università non consente di rimpiazzare i professori che vanno in pensione. A questo si aggiunge la nuova normativa sull’accreditamento dei corsi di studio che vincola le università a garantire un determinato rapporto docenti-studenti. Paradossalmente il boom dei corsi a numero chiuso ha coinciso (colpa della crisi) con il crollo degli immatricolati: nel 2007-2008 erano 300 mila, scesi a meno di 270 mila nel 2013-14. Negli ultimi tre anni sono tornati a crescere fino a 290 mila, ma il miglioramento è imputabile più all’aumento del numero di diplomati che al tasso di passaggio dalla scuola all’università, bassissimo nel confronto col resto d’Europa (46 per cento contro 63 per cento). Il saldo finale piazza l’Italia in fondo alla classifica europea per numero di giovani laureati: il 26,9 per cento dei 30-34enni, contro una media che sfiora il 40 per cento. Dietro di noi solo la Romania. corriere.it
LA bufala
abbandoni e fuori corso non interessano a nessuno
In sostanza quella che doveva essere una opzione circoscritta ad alcune facoltà, è diventata nel tempo una scelta obbligata. Gli atenei sono costretti a ridurre il numero di studenti perché non hanno abbastanza docenti: dal 2008 a oggi sono scesi da 63.228 a 53.801. Il continuo taglio dei finanziamenti all’università non consente di rimpiazzare i professori che vanno in pensione. A questo si aggiunge la nuova normativa sull’accreditamento dei corsi di studio che vincola le università a garantire un determinato rapporto docenti-studenti. Paradossalmente il boom dei corsi a numero chiuso ha coinciso (colpa della crisi) con il crollo degli immatricolati: nel 2007-2008 erano 300 mila, scesi a meno di 270 mila nel 2013-14. Negli ultimi tre anni sono tornati a crescere fino a 290 mila, ma il miglioramento è imputabile più all’aumento del numero di diplomati che al tasso di passaggio dalla scuola all’università, bassissimo nel confronto col resto d’Europa (46 per cento contro 63 per cento). Il saldo finale piazza l’Italia in fondo alla classifica europea per numero di giovani laureati: il 26,9 per cento dei 30-34enni, contro una media che sfiora il 40 per cento. Dietro di noi solo la Romania. corriere.it
LA bufala
abbandoni e fuori corso non interessano a nessuno
Università medicina . Programmazione
In Italia abbiamo il più basso numero di laureati d’Europa. Per recuperare terreno dovremmo rincorrere gli studenti e incentivarli a prendersi un titolo di studio, invece mettiamo ostacoli. Partiamo dal più vistoso: il numero chiuso nei corsi di laurea. A cosa serve? La risposta è scritta nella legge 264 del 1999 (governo D’Alema): troppi corsi diventati parcheggi per fuoricorso o fabbriche di disoccupati, troppe aule sovraffollate. Da quel momento si stabilirono due tipi di sbarramento: a livello nazionale per medici e dentisti, infermieri e fisioterapisti, veterinari, architetti e maestre. A livello locale invece si lasciava ai singoli atenei la facoltà di disporre del numero chiuso per i corsi che prevedevano l’uso di laboratori o l’obbligo di tirocini. Un modo per garantire a ogni studente una formazione di alto livello e sfornare «dottori» in numero corrispondente al fabbisogno nazionale e alle richieste del mercato.
Facoltà di Medicina
Com’è andata a finire vent’anni dopo? Che a Medicina ogni anno un esercito di aspiranti camici bianchi (quest’anno erano 67 mila per 10 mila posti) va a sbattere contro il test: 100 minuti per rispondere a 60 domande che con le cose studiate a scuola c’entrano poco. I più si preparano spaccandosi la testa sui quiz degli anni precedenti pagando migliaia di euro «allenatori» privati. Chi passa, una volta portata a casa la laurea, deve affrontare un altro collo di bottiglia, quello delle scuole di specializzazione. Qui i posti sono legati al numero di borse di studio disponibili: sistematicamente meno di quelli che servirebbero. Una strozzatura che rischia nei prossimi dieci anni di lasciare milioni di famiglie senza medico di base, mentre ne mancano all’appello ogni anno 700 fra chirurghi, pediatri, anestesisti, ginecologi e medici di pronto soccorso.corriere.it
Facoltà di Medicina
Com’è andata a finire vent’anni dopo? Che a Medicina ogni anno un esercito di aspiranti camici bianchi (quest’anno erano 67 mila per 10 mila posti) va a sbattere contro il test: 100 minuti per rispondere a 60 domande che con le cose studiate a scuola c’entrano poco. I più si preparano spaccandosi la testa sui quiz degli anni precedenti pagando migliaia di euro «allenatori» privati. Chi passa, una volta portata a casa la laurea, deve affrontare un altro collo di bottiglia, quello delle scuole di specializzazione. Qui i posti sono legati al numero di borse di studio disponibili: sistematicamente meno di quelli che servirebbero. Una strozzatura che rischia nei prossimi dieci anni di lasciare milioni di famiglie senza medico di base, mentre ne mancano all’appello ogni anno 700 fra chirurghi, pediatri, anestesisti, ginecologi e medici di pronto soccorso.corriere.it