Agenzie di rating
Un'agenzia di rating o agenzia
di valutazione è una società che assegna un giudizio o
valutazione (rating)
riguardante la solidità e la solvibilità di una società emittente titoli sul mercato finanziario.
I "rating" sono dei
voti su una scala predeterminata, generalmente espressa in termini di lettere
e/o altri simboli. Esistono molte agenzie di rating, ma le più conosciute e
influenti sono la Standard & Poor's, Moody's Investor
Service e Fitch Ratings, tutte e tre società partecipate
da grandi multinazionali. Queste società sorgono per
aiutare ad affrontare i problemi di asimmetria informativa presenti sul mercato al
fine di aumentarne l'efficienza a livello globale fornendo informazioni utili
d'investimento.
Gli investitori presenti sui
mercati si affidano infatti ai giudizi emessi dalle agenzie di rating per
decidere quali titoli comprare e in che misura, a seconda della predisposizione
al rischio dei
soggetti investitori. La crisi finanziaria americana dai mutui subprime del
2008 ha messo in luce i molti problemi associati alle Agenzie di Rating, sia in
termini di incentivi sia nello svolgimento della loro attività.
Innanzitutto, esiste un chiaro problema
di incompatibilità negli incentivi: se da un lato la società emittente il
titolo paga per il rating e può cercare di ottenere il miglior rating
possibile, dall'altro lato l'agenzia può essere incline a ricompensarlo per
essere stata scelta in termini di rating più elevato del previsto. Esiste
inoltre un evidente conflitto di interesse riguardante i consigli sugli
investimenti finanziari strutturali: un'agenzia infatti può in un primo momento
dare consigli all'emittente su come la costruzione di un titolo dovrebbe
ripercuotersi sul rating del titolo stesso e, in seguito, pubblicare un rating
che conferma i propri consigli, guadagnandoci addirittura due onorari. Stime
recenti affermano che il 44 per cento dei guadagni di Moody's, una delle più
importanti società di rating nel 2006 è arrivato dalle sue attività nella
finanza strutturata.Wikipedia
La vicenda del declassamento
dell’Italia da parte dell’agenzia di rating Standard & poor’s (S&P) sta
diventando un intrigo internazionale.
Il pm della procura di Trani
Michele Ruggiero è riuscito a condurre alla sbarra i vertici dell’agenzia
statunitense con l’accusa di manipolazione del mercato.
Le ultime carte depositate da
Ruggiero individuano quello che potrebbe essere il movente di quei
declassamenti: la clausola di rescissione anticipata di un contratto derivato
che il governo italiano stipulò con la banca d’affari Usa Morgan Stanley.
Un tesoretto da 2,567 miliardi di
euro che il governo di Mario Monti pagò il 3 gennaio 2012, senza tentennamenti,
nonostante il procedimento in corso a Trani contro S&P. Lo scorso 10
febbraio Maria Cannata, a capo della direzione debito pubblico del nostro
ministero dell’Economia, ha depositato alla Camera una relazione in cui si
legge: «Tra le situazioni critiche che si è dovuto fronteggiare nei momenti
peggiori della crisi emerge in particolare la ristrutturazione, funzionale alla
successiva chiusura di diverse posizioni in derivati in essere con Morgan
Stanley, realizzata tra dicembre 2011 e gennaio 2012.
La peculiarità di questo
complesso di operazioni risiedeva nella presenza di una clausola di estinzione
anticipata unica nel suo genere, in quanto attribuita non ad una singola
operazione, bensi presente nel contratto quadro in essere con la controparte e
ricomprendente tutte le operazioni sottoscritte con quella banca.
Il contratto quadro (…) era stato
sottoscritto nel gennaio 1994 e prevedeva (…) il diritto di risoluzione
anticipata dei contratti derivati in essere, al verificarsi del superamento di
un limite prestabilito di esposizione della controparte nei confronti della
Repubblica.
Tale limite era di importo
contenuto: $ 150 mln ove la Repubblica avesse un rating tripla A, $ 75 mln in
caso questo si collocasse in area doppia A, $ 50 mln in caso singola A».
Dunque a mettere quel cappio al
collo del nostro Paese fu il governo di Carlo Azeglio Ciampi. All’epoca il
ministro del Tesoro era Paolo Barucci e il direttore generale del dicastero era
un certo Mario Draghi che nel 2011 sarebbe divenuto presidente della Banca
centrale europea.
«Nonostante tali soglie fossero state
superate da anni, la banca non aveva mai dato segno di voler far valere la
clausola» aggiunge Cannata.
«Tuttavia, alla fine del 2011 la
situazione del credito della Repubblica appariva cosi fragile che Morgan
Stanley ritenne di non poter tralasciare di avvalersi della posizione di forza
che la clausola le conferiva. Ignorare il vincolo contrattuale non era
possibile, perche? il danno reputazionale che ne sarebbe derivato sarebbe stato
enorme, e assolutamente insostenibile, soprattutto in un contesto di mercato
come quello» ha concluso Cannata. Il pm di Trani non crede a
quell’ineluttabilità.
All’accusa interessa dimostrare
che il declassamento dell’Italia da parte di S&P era illegittimo e che il
ministero dell’Economia (allora guidato dal premier Monti ndr) forse poteva
aspettare un po’ a pagare quei soldi a una banca che faceva parte
dell’azionariato di chi ci ha declassati».
«Io so che nel semestre in cui
S&P, mi lasci usare un termine non tecnico, ha bastonato l’Italia, c’è
stata una banca, Morgan Stanley, che ha battuto cassa con il nostro governo
grazie a una clausola legata anche al nostro declassamento. E guarda caso
questa banca partecipa all’azionariato di S&P. Questo dimostra l’enorme
conflitto d’interessi in capo a queste agenzie».
«Ci furono 4 o 5 azioni di rating
nei confronti dell’Italia, compresa una bocciatura preliminare quando era
ancora ufficiosa la manovra correttiva di Giulio Tremonti (il ministro
dell’Economia del governo Berlusconi ndr). Fu un semestre assolutamente caldo
per l’Italia».
Il reato ipotizzato è la
manipolazione di mercato nella misura in cui un immeritato declassamento
rappresenta un’informazione falsa al mercato. Infatti tutte le volte in cui
sono partiti quei colpi contro l’Italia, l’agenzia sapeva che non li
meritavamo».
«Lo dicono le intercettazioni
telefoniche e le email intercorse tra gli analisti di S&P che abbiamo
sequestrato. Il responsabile italiano aveva avvertito i colleghi che quello che
stavano scrivendo dell’Italia non corrispondeva a verità e per questo li
pregava di togliere il nostro dai Paesi destinatari del rating negativo. Se
questo lo mettevano nero su bianco loro stessi, è chiaro che quel declassamento
è un’informazione falsa ai mercati».
«All’attuale ministro del Tesoro
Pier Carlo Padoan, allora autorevole capo economista dell’Organizzazione per la
cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), chiesi se fosse d’accordo con
quella retrocessione.
Rispose che non lo era
assolutamente perché i dati economici fondamentali dell’Italia dicevano altro.
Durante le indagini abbiamo
raccolto un coro unanime di pareri simili. Tutti, dico tutti, da Monti a
Tremonti a Draghi, hanno assicurato che l’Italia non doveva essere declassata».
Il ministero dell’Economia non si
è costituito parte civile nel processo e neanche la Presidenza del consiglio lo
ha fatto.
Queste scelte non hanno favorito
l’Italia e ovviamente ha pagato chi stava in quel momento al governo ossia il
Presidente Berlusconi. dagospia.com. 3.3.2015.
Dopo che la denuncia di Adusbef e
Federconsumatori aveva avviato l’indagine, è ripreso il 4 aprile 2016 a Trani il processo a cinque tra ex manager e
analisti dell'agenzia di rating S&P, accusati dal pm Michele Ruggiero di
manipolazione di mercato, per un report del 13 gennaio 2012, che aveva declassato
il rating dell'Italia da A a BBB+, imputati Deven Sharma, ex presidente
mondiale di S&P, Yann Le Pallec, responsabile per l'Europa, e gli analisti
del debito sovrano Eileen Zhang, Franklin Crawford Gill e Moritz Kraemer,
quest’ultimo ex responsabile rating Emea (Europa, Medioriente e Africa).
Il pm Ruggiero ha subito chiesto
a Kraemer se conoscesse il regolamento europeo 1060/2009 sull'attività di
rating e se lo conoscessero i suoi colleghi, ricevendo risposta positiva per se
stesso, ma di non poter parlare per gli altri, anche se all'interno dell'azienda
era stato fatto un corso.
L'analista ha chiarito, che
il 'team rating sovrano' ha operato all'interno del quadro normativo e di non
essere a conoscenza di indagini da parte dell'autorità di vigilanza che abbiano
messo in evidenza irregolarità.
Al controesame degli avvocati di
S&P, in particolare, dall'avvocato Guido Alleva, Kraemer ha riferito che a
fine 2011 gli investitori stranieri avevano venduto 140 miliardi di titoli
italiani in un periodo breve; la quota di investitori era scesa dal 46 al 37%,
la Bce stava acquistando titoli di Stato italiani. L'analista ha aggiunto che
le banche italiane non potevano più prendere denaro in prestito all'estero.
«Solo la Bce poteva prestare denaro alle banche italiane», ha sottolineato. Si
arrivò così a dicembre, quando l'agenzia disse che il rating poteva scendere di
due gradini. E a gennaio ci fu il doppio declassamento. «Non ci fu alcuna
sorpresa», ha commentato Kraemer. Ma il declassamento riguardà anche altri
Paesi europei come Spagna, Portogallo, Cipro e Irlanda.
Kraemer ha anche valutato la famosa
mail inviata da Renato Panichi a lui e alla collega Eileen Zhang il 13 gennaio
2012, nella quale contestava agli autori del report di aver espresso giudizi
sul sistema bancario contrari alla realtà. Secondo l'imputato, però, Panichi
avrebbe contestato la valutazione fatta da S&P in base alla sua visione da
analista bancario, senza tener conto di altri aspetti necessari quando si fa
una valutazione del rating sovrano. "La mia conclusione - ha detto Kraemer
- è che lui abbia sbagliato a scrivere quella mail perché il contenuto non è
corretto”.
Presenti all’udienza, come sempre
i legali Adusbef, costituita parte civile. La prossima udienza ad uno dei primi
processi planetari a questi padroni del mondo, che gestiscono con i loro report
prezzolati i destini dei popoli, è fissata per il 4 maggio ore 9,30,
quando sarà ascoltato Yann Le Pallec, che oggi era in aula ma non è stato
interrogato per mancanza di tempo. Il processo a S&P dovrebbe concludersi
entro il 2016.agi.it.28.4.2016.
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